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 Governance e governamentalità

Pubblichiamo un articolo di Salvo Vaccaro, Docente di Filosofia della Politica all’Università di Palermo, intervenuto nel dibattito aperto sul Forum UCC a proposito del ruolo dello stato.

La filosofia occidentale sin dal tempo dei suoi esordi, e la filosofia politica in particolare dall’età moderna, si sono sempre preoccupate di governare il flusso caotico degli eventi imponderabili e contingenti attraverso un taglio di stabilizzazione che lo imbrigliasse incanalandolo verso una struttura di stabilità a cui si è dato il nome di stato, nonché attraverso una forma di pensiero statuale che pre-apprestasse gli strumenti di razionalizzazione al fine di governare l’anarchia del pensiero riducendola a griglie concettuali standardizzabili, prevedibili, ricorsive, ripetibili (il sapere scientifico nelle sue varie discipline di esattezza) ovvero a schemi categoriali di cui enunciare con piglio assertorio l’indiscutibilità di una verità speculativamente affermata (il sapere filosofico nella sua pretesa fondativa di verità metafisiche).


Governare la vita con un impianto di stabilizzazione ha rappresentato dunque l’obiettivo della filosofia e della filosofia politica nella nostra cornice intellettuale. La biopolitica è appunto lo sforzo teorico per racchiudere una strategia concettuale, in cui la vita singolare e la vita come specie, come genere umano, lungi dal differenziarsi come è correttamente argomentabile a partire dalla biologia evolutiva, si ricongiungono in un dispositivo intelligibile che trova nella popolazione (ieri poteva essere rappresentata dalla gens, dallo ius gentium) il punto di convergenza che diviene oggetto di governo. La radicale contingenza che istruisce la vita del genere umano trova il proprio contrappunto nei numerosi e poliedrici dispositivi di sicurezza che intendono preservare la vita dal rischio della propria finitudine, ma con ciò stesso incanalandola in una operosità coatta a servizio delle forze sovrane. Tale operosità forzata assume epoca dopo epoca diverse tattiche di governamentalità, cioè svariate forme di normazione razionalizzata della biopolitica con cui controllare la contingenza .

Secondo Bruno Latour, iscrivere la vita qualifica la cifra della politica, ossia quel particolare dispositivo che consente al pensiero di attivarsi sul proprio oggetto, nella fattispecie condizioni materiali di esistenza. L’atto dell’iscrizione precisa una presa di potere sugli individui, sui luoghi e sui flussi che legano socialmente parole, cose e persone, dando una «forma durevole» . La sovranità statale ha così acquistato sempre più fortemente una visibilità centrale nell’immaginario politico sino a divenire un potente fattore mitopoietico al quale essa stessa finisce con il soggiacere. Configurata sul modello di teologia politica, il nesso sovrano – ossia il triangolo costituito dalla disponibilità di popolo e risorse entro uno spazio di territorio delimitato a lasciarsi controllare e governare in modo legittimo e non con l’arbitrio della forza bruta – ha avviato e nel tempo consolidato un movimento di unità esclusiva e accentrata, tanto dei poteri diffusi, quanto delle giurisdizioni parallele, sino a porsi come unico spazio di vivibilità bene-ordinata per una esistenza organizzata di singolarità e di collettività plurali. In buona sostanza, lo stato come incarnazione politica e simbolica del motto: e pluribus unum.

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