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La pedagogia degli oppressi
di Paulo Freire

Edizioni Gruppo Abele


copertinaAdeguandola al contesto latino americano degli anni '60 in cui ha operato, Paulo Freire ha il merito di avere sviluppato una pratica pedagogica che gli consente di contrapporre alla concezione "depositaria" dell’educazione una concezione "problematizzante" della stessa.
Per la prima gli educandi sono come “vasi da riempire” ed il sapere è un’elargizione da parte di coloro che vengono giudicati sapienti. Ne deriva che il sapere si risolve in un’esperienza trasmessa e non fatta, gli uomini devono adattarsi all’esistente rinunciando ad ogni esperienza creativa ed innovativa e derogando ad ogni forma di conoscenza critica.
L'educazione problematizzante invece, riconosce la storicità degli uomini e li considera come incompleti, coscienti di essere inconclusi e quindi
"esseri in divenire" costantemente alla ricerca di "essere di più". Per questo l'educazione è un "che-fare" permanente, la cui ricerca coinvolge educatore ed educando in una prassi che comporta azione e riflessione sul mondo, per trasformarlo.
In una società dominata dalle oligarchie il processo educativo dovrà farsi carico di stimolare la creatività inibita dall'intervento
"depositario" ed innescare quindi un processo liberalizzante.
Alcune procedure tipiche di questa prassi - in parte evidenziati nel brano di Eugenia Montagnini ripreso qui di seguito - si possono ritrovare in alcune sperimentazioni attualmente condotte dall'UCC.



I movimenti sociali antiliberismo (più comunemente ed erroneamente conosciuti come noglobal) suggeriscono alla società civile, e al suo desiderio di partecipazione attiva, percorsi e strumenti con una forte valenza pedagogica; percorsi e strumenti che i cittadini possono prendere, reinterpretare e fare propri.
Secondo la logica suggerita da Paulo Freire delle parole generatrici e dei temi generatori (cfr. Paulo Freire, La pedagogia degli oppressi) e l'esperienza dei movimenti antiliberismo rispetto alla costruzione di una cittadinanza attiva, credo che vi sia una parola chiave su cui focalizzare l'attenzione, ossia: IN_FORM_AZIONE; una parola che scomposta rimanda a tre concetti (informazione, formazione e azione), che qua desidero vincolare strettamente fra loro, considerandoli svuotati di significato se presi singolarmente.

I percorsi di cittadinanza attiva sono proprio questo: percorsi che conducono il cittadino da un livello di mera informazione a un livello di azione, e quindi di partecipazione, passando attraverso un livello di destrutturazione e reinterpretazione dell'informazione che si struttura a partire dalla formazione.
I tre differenti livelli, pur non essendo scomponibili nella prassi, hanno delle peculiarità proprie e in un processo di iniziazione alla cittadinanza attiva chiedono di essere puntualizzati in stadi differenti, in maniera che la persona possa apprendere un metodo per accostarsi alla realtà, lasciandosi coinvolgere consapevolmente nel turbinio della partecipazione.

A fronte di un'ipertrofia di mezzi di informazione (dal moltiplicarsi dei quotidiani metropolitani distribuiti gratuitamente in molte città italiane, fino ad arrivare ai molti canali della TV satellitare, passando attraverso internet) esiste un'atrofia di risposte da parte dei cittadini, che spesso preferiscono fossilizzarsi su un'informazione semplicistica e che riduce la complessità della realtà banalizzandola. Desiderando individuare delle cause, penso che il problema di tale processo atrofico non stia nel cittadino, quanto piuttosto nell'informazione stessa che risponde più a logiche di mercato (basti pensare a chi sono e a quanti sono i proprietari dei network d'informazione più importanti nel mondo) che a vere e proprie logiche di IN-FORMAZIONE.
Si viene così a delineare quello che è il ruolo della formazione, da intendersi come modalità di selezione, analisi e studio delle informazioni che normalmente fruiscono sui media più popolari. Il livello di formazione è proprio quello della coscientizzazione, ossia la dimensione nella quale la persona problematizza l'informazione che riceve, la verifica, la contestualizza e la pone in relazione con il suo ambito di vita, le sue relazioni e il suo stile di vita e di consumo. La formazione, inoltre, come ben mostra i movimenti antiliberismo, richiede di verifiche e di supporti esterni che possono essere facilmente ricevuti se si riconosce il valore di una formazione (e poi di un'azione) "in rete" (rete da intendersi non solo come internet ma anche come vera e propria struttura che pone in relazione tutti quelli che sono accomunati da medesimi obiettivi formativi).

Se il processo di informazione è l'acquisizione di un dato, quello di formazione è la creazione di una relazione, la dimostrazione che ciò che avviene nel mondo difficilmente è alieno al mio modo di vivere, che le concause e gli effetti sono spesso più vicini alla mia quotidianità di quanto la fast informazione (intesa come di consumo veloce, immediato) mi faccia intendere, proprio perché i fenomeni di globalizzazione sono anche questo: un intreccio di cause ed effetti che legano un avvenimento che avviene in un angolo remoto del mondo a ciò che avviene in tutto il resto del mondo, e non lo rilegano, invece, al suo contesto isolato.

Infine, la formazione è tale nel momento in cui diviene azione, ossia nell'istante in cui ciò che si conosce diviene uno strumento per modificare la realtà, laddove si ritiene necessario un intervento diretto, laddove le informazioni raccolte evidenziano un deficit, un livello di vita intollerabile o meglio ancora, come suggeriscono i movimenti antiliberismo, un processo di sviluppo non sostenibile (sia esso politico sia esso economico o culturale).
Eugenia Montagnini

[Brano estratto dall' articolo Idee per la costruzione di una cittadinanza attiva" pubblicato su “Strumenti CRES, n° 35, ottobre 2003”.]









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